La luna lunava, piena, bassa e rossa sul molo di Porto Corsini spingendosi ben oltre la sua circonferenza nel cielo blu cobalto . Il giorno era simbolicamente propizio, il tredici è sempre stata una serata magica per chi ci crede. Camminava nervoso sulla battigia Udilio Casadei Pollini, accompagnato solo dal rumore di alcune ruspe ruspanti che chissà cosa cazzo ruspavano alle undici e trenta di una calda serata di giugno. Aveva trovato solo qualche pescatore che pescava o che simulava di adempiere a tale funzione come statuina di un immaginario presepio, e con lui biascicò due tristi chiacchere di un copione insulso e qualunquista.
Poi d’ improvviso entrarono loro.
Erano arrivati su due auto separate, lui , ancora dentro, fumava nervosamente da un po’ di tempo, con lunghi e intensi tiri a trasformare la sigaretta in un bengala nella notte. Lei agitata, con lo sguardo sguardava tutto intorno, scandagliando minuziosamente il buio della notte come un radar nemico, senza mai incrociare gli occhi di lui. Percorsero con passi frettolosi la lingua illuminata che costeggia il molo, vicini vicinosi con i cappucci in testa, per poi nascondersi nella parte buia della spiaggia, quella più vicina allo sciacquettio dell’acqua puzzolente di salmastro e nafta . Il mare mareggioso faceva troppo casino pensò Udilio che non riusciva a sentirli. Però li vedeva… cazzo se li vedeva ! Anche il dottore dell’ultima clinica aveva detto che non era possibile, ma lui li stava vedendo nitidi e appropriati come non mai, come forse in passato non si era mai nemmeno immaginato fosse possibile. Si era inginocchiato dietro ad un cespuglio, al riparo delle dune, a circa 20 metri da loro, mentre loro erano su di un telo bianco decorato con magnifici disegni tribali, seduti a bere birra, uno di fronte all’altro e quando le mani si sfioravano partivano scintille dalla loro pelle, titanio, alluminio e magnesio a pitturare il buio. Lei aveva ancora il giallo paura, nitrato di sodio, ad ombreggiarle il viso. Lui parlava e cercava di dipingere atmosfere accattivanti col tono caldo della voce per metterla a suo agio mentre le accarezzava i piedi e le gambe, riuscendo spesso a farla ridere, e le si illuminavano i piedi al passaggio delle sue dita. La luna continuava a lunare sempre più piena e paciosa, buona come una torta appena uscita dal forno, e, come diceva suo padre, era il momento di piantare le piante che filavano verso l’alto, fagioli, fagiolini sedani e spinaci. Filavano in alto, come il cazzo di Udilio mentre guardava lui che si era fatto coraggio e si era steso al suo fianco, coi visi a sfiorarsi per meglio assaggiarsi, con bocche affamate a cercare sapori di nuovi colori. Cloruro di sodio, per l’arancione delle lingue che sempre meno timidamente provavano a conoscersi. Udilio abbassò completamente i pantaloni del candido completo di lino che aveva indossato per assorbire meglio i colori e con la mano destra cercò di mirare verso di loro. Il ritmo aumentò vorticosamente le bocche si boccavano, le mani si manavano e tutto si mischiava in un vortice di mille colori come mai gli era capitato nemmeno di poter immaginare : non aveva mai visto un tale rosso e porpora ad illuminare i genitali, mai un argento e bianco così splendenti ad illuminare tutta la pelle. Quando lei lo prese totalmente in bocca, fino a sentirlo in gola, fino sentirlo tutto dentro, come non l’aveva mai preso e come non pensava fosse mai stata capace di fare, con la coda dell’occhio vide Udilio Casadei Pollini sfrecciare verso il cielo ed esplodere in un bellissimo fuoco d’artificio multicolore; ingoiò il getto caldo fino all’ultima stilla di sperma e aspettò il botto finale.