Uccidi l’immaginazione prima che ti uccida lei.

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Quella notte mentre leggevo le sue parole, e pensavo che uno che pensa così’ deve essere almeno speciale. Perché io subisco il fascino dello scrittore. Ero entrata dentro al suo libro, lui era entrato dentro di me, o meglio mi sembrava di avere respirato così bene quello che voleva dire che era come esserci stata a letto. Pensarlo continuamente è stato facile, leggere in continuazione le sue parole pure, è stato un bisogno fisico documentarmi, approfondire e nutrirmi con ogni sua cosa.

L’amore attiva il nucleo caudato dove risiede un ampia estensione di ricettori , neurotrasmettitori chiamati dopamina, seratonina, ossitocina, questa crea energia euforia, focalizzazione dell’attenzione e motivazione a conquistare ricompense. E’ per questo che quando ci si è appena innamorati si puoi stare svegli tutta la notte, l’amore rende coraggiosi e brillanti e spinge a correre rischi cui a volte si sopravvive e a volte NO.


Gli appostamenti sotto casa sua mi facevano stare meglio, viveva nella mia stessa città, aspettare dentro l’auto leggendo brani del suo libro masturbandomi mi faceva passare il tempo in un attimo, perché dentro a casa non riuscivo più a fare nulla, ogni pensiero era destinato a lui, e anche le azioni che prima mi riuscivano facili come guardare la tv, non riuscivo più a farle.


La somiglianza tra amore e disturbi ossessivi compulsivi è sbalorditiva. La serotonina è la star dei neurotrasmettitori, e se si misura il tasso di serotonina nel sangue di un innamorato e di un DOC, hanno un profilo chimico simile.


Metodico lui, alle 7.55 usciva di casa con la spazzatura nella mano sinistra, le chiavi nella destra e la sigaretta in bocca spenta, arrivava fino al cassonetto, con un colpo deciso del piede spalancava quella bocca di metallo e gettava dentro con un movimento fiero ed impavido i suoi rifiuti.


Poi accendeva la sigaretta, la fiaccola del nostro tempo, si avvicinava all’auto e saliva, io seduta nella mia auto lo seguivo con lo sguardo fino a quando non scompariva dietro all’angolo. Rimanevo davanti a casa sua con il suo libro aperto sul volante, con una mano scostavo gli slip e con l’altra mi procuravo il piacere fulmineo di un orgasmo autoindotto, poi mi recavo al lavoro sempre più in ritardo, perché se prima mi bastava un orgasmo, ora ero arrivata a cinque, per alleviare quel senso di agitazione che mi possedeva. Ero giunta al punto che m’eccitavo anche solo guardando la copertina, non era ridotta bene, anche sul lavoro non andava meglio il profumo della carta mi faceva venire quello sguardo languido da doposcopata, dovevo affrontarlo, non avevo un piano stabilito, ma dovevo porre rimedio a questo stato di eccitazione a senso unico.


Alle 7.54 sono davanti al cassonetto di casa sua, lui si sta avvicinando, guarda in basso e mi vede solo all’ultimo istante quando con il mio miglior sorrisoincalore gli dico ciao tesoro, lui mi squadra partendo dalle caviglie ed inchiodando gli occhi decisi e sicuri ai miei e mi risponde con la essefessa “fei belliffima”non me l’aspettavo, non avevo letto nulla su questa cosa, era terribile, ero pronta a tutto, ma non a questo, sono corsa nella mia auto, ho preso il suo libro e mi sono masturbata.

Domani l’avrei ucciso, dovevo farlo, per salvaguardare la sua opera!

Pubblicato in: on Novembre 10, 2007 at 6:01 pm Commenti (18)
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sborra riciclata

Sputa, sputa, non devi ingoiarlo troia, lo sai che ti serve. Mettilo dentro quella provetta, quella trasparente.
I campi da calcio odorano di maschio dappertutto, erba e piscio, sputi e terra, a marcare il territorio, sudore e sangue nella rugiada che bagna l’erba alla mattina presto, è l’ora migliore per camminare, per non incontrare gente, per fare correre i pensieri, per ossigenarli dal tasso alcolico della sera precedente, una serata di merda come tante altre passate davanti ad uno schermo a guardare i sogni degli altri, e ti passi la mano sotto lo zigomo e ti accorgi che è bagnato da una lacrima, e può essere solo tua, peccato. Il potere non lo volevi, ma sapevi che tutte le donne della famiglia ce l’hanno sempre avuto, e ora hai già estratto il cellulare e aspetti, sai che tra 5 secondi suonerà, e hai il tempo per schiarirti la voce, per fingere lo stupore, quella cosa che hai dovuto imparare con il tempo, perché le streghe non si bruciano più da secoli, ma avere qualcosa di diverso dagli altri ti cataloga ti classifica. Hai maledettamente bisogno di soldi, e devi vendere la casa in campagna, quella dove ha sempre vissuto lui. Al telefono c’è l’ennesimo strozzino che ti minaccia e tu prendi tempo dici che la busta paga arriverà solo domani, e domani gli darai tutti i suoi fottutissimi soldi, ma hai bisogno ancora di una notte, una notte da passare con lui, e mentre parli al telefono l’occhio spazza il terreno e si ferma su quella cosa bianca accartocciata, ti si dilatano le narici per l’eccitazione, chiudi il cellulare bruscamente e raccogli il preservativo, prestando attenzione al prezioso contenuto.
La prima volta che lo hai incontrato avevi solo 12 anni, lo ricordi perfettamente eri andata dai nonni a dormire per la Fira di set dulur, la festa di Russi che si tiene la terza domenica di settembre, stavi dormendo nel grande letto della stanza rossa, avevi addosso solo quella camicia da notte rosa che lasciava scoperte le tue gambe lunghe da bimba che ha voglia di crescere e il tepore di settembre ti faceva tenere solo il lenzuolo, di quelli ricamati a mano dalla nonna, ruvidi e insopportabili, e allora nel sonno lo spostavi rimanendo scoperta. Tutti i giorni controllavi la lunghezza del pelo delle ascelle e dell’inguine, ogni millimetro in più ti avvicinava a quell’essere donna che tanto desideravi, per sentire gli sguardi degli uomini sul tuo corpo. Ed era arrivato insieme ai passi, nel buio della notte, allo scoccare della mezzanotte, come avevi sentito raccontare, 50 passi che ti avevano gettato nel terrore, perché il letto si muoveva, e anche tenere la testa sotto al cuscino non era servito, il rumore ora era al tuo fianco, e si stendeva sul letto, al tuo fianco e ti stava guardando. Sapevi che era un soldato tedesco, con gli anfibi ai piedi e l’uniforme invernale. Ed ora toccava a te. La luna entrava a spicchi obliqui ed illuminava la porzione di letto dove la mia mano accarezzava quel posto che mi procurava piacere, ripiegata su di un fianco a muovere il dito in uno sfregamento esterno delizioso, era un modo per farmi sentire viva, per avere sensazioni, per dire che quella cosa sul letto era frutto della mia mente malata, e dei racconti che si facevano attorno al fuoco. L’orgasmo arrivò veloce e insieme a lui il sonno, ed al mattino non rimase nulla se non il sapore della mia fighetta acerba sulle dita.
Mettimelo nel culo, pensavi, era così che avevi imparato a dialogare, e nella stanza rossa ora indossavi le calze a rete, intanto che contavi i suoi passi, dieci, e le tue dita allargavano il buco, lo preparavano, gli anfibi si avvicinavano, e avevi gli stivali in pelle lucida alla coscia, e una cartucciera piena di provette alla vita, ora a 41 anni non si può più prendere il giro la vita, ma si può sicuramente profumarla, e al cinquantesimo passo ti fai trovare appoggiata al muro a novanta gradi una mano che spinge il muro e l’altra che rovescia il prezioso contenuto nella tua voragine spalancata, perché un fantasma ti può inculare, ma il piacere della sperma che cola sulle cosce mentre un grosso cazzo ti stantuffa te le devi guadagnare.

Pubblicato in: on Novembre 4, 2007 at 6:48 pm Commenti (2)
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