sborra riciclata

Sputa, sputa, non devi ingoiarlo troia, lo sai che ti serve. Mettilo dentro quella provetta, quella trasparente.
I campi da calcio odorano di maschio dappertutto, erba e piscio, sputi e terra, a marcare il territorio, sudore e sangue nella rugiada che bagna l’erba alla mattina presto, è l’ora migliore per camminare, per non incontrare gente, per fare correre i pensieri, per ossigenarli dal tasso alcolico della sera precedente, una serata di merda come tante altre passate davanti ad uno schermo a guardare i sogni degli altri, e ti passi la mano sotto lo zigomo e ti accorgi che è bagnato da una lacrima, e può essere solo tua, peccato. Il potere non lo volevi, ma sapevi che tutte le donne della famiglia ce l’hanno sempre avuto, e ora hai già estratto il cellulare e aspetti, sai che tra 5 secondi suonerà, e hai il tempo per schiarirti la voce, per fingere lo stupore, quella cosa che hai dovuto imparare con il tempo, perché le streghe non si bruciano più da secoli, ma avere qualcosa di diverso dagli altri ti cataloga ti classifica. Hai maledettamente bisogno di soldi, e devi vendere la casa in campagna, quella dove ha sempre vissuto lui. Al telefono c’è l’ennesimo strozzino che ti minaccia e tu prendi tempo dici che la busta paga arriverà solo domani, e domani gli darai tutti i suoi fottutissimi soldi, ma hai bisogno ancora di una notte, una notte da passare con lui, e mentre parli al telefono l’occhio spazza il terreno e si ferma su quella cosa bianca accartocciata, ti si dilatano le narici per l’eccitazione, chiudi il cellulare bruscamente e raccogli il preservativo, prestando attenzione al prezioso contenuto.
La prima volta che lo hai incontrato avevi solo 12 anni, lo ricordi perfettamente eri andata dai nonni a dormire per la Fira di set dulur, la festa di Russi che si tiene la terza domenica di settembre, stavi dormendo nel grande letto della stanza rossa, avevi addosso solo quella camicia da notte rosa che lasciava scoperte le tue gambe lunghe da bimba che ha voglia di crescere e il tepore di settembre ti faceva tenere solo il lenzuolo, di quelli ricamati a mano dalla nonna, ruvidi e insopportabili, e allora nel sonno lo spostavi rimanendo scoperta. Tutti i giorni controllavi la lunghezza del pelo delle ascelle e dell’inguine, ogni millimetro in più ti avvicinava a quell’essere donna che tanto desideravi, per sentire gli sguardi degli uomini sul tuo corpo. Ed era arrivato insieme ai passi, nel buio della notte, allo scoccare della mezzanotte, come avevi sentito raccontare, 50 passi che ti avevano gettato nel terrore, perché il letto si muoveva, e anche tenere la testa sotto al cuscino non era servito, il rumore ora era al tuo fianco, e si stendeva sul letto, al tuo fianco e ti stava guardando. Sapevi che era un soldato tedesco, con gli anfibi ai piedi e l’uniforme invernale. Ed ora toccava a te. La luna entrava a spicchi obliqui ed illuminava la porzione di letto dove la mia mano accarezzava quel posto che mi procurava piacere, ripiegata su di un fianco a muovere il dito in uno sfregamento esterno delizioso, era un modo per farmi sentire viva, per avere sensazioni, per dire che quella cosa sul letto era frutto della mia mente malata, e dei racconti che si facevano attorno al fuoco. L’orgasmo arrivò veloce e insieme a lui il sonno, ed al mattino non rimase nulla se non il sapore della mia fighetta acerba sulle dita.
Mettimelo nel culo, pensavi, era così che avevi imparato a dialogare, e nella stanza rossa ora indossavi le calze a rete, intanto che contavi i suoi passi, dieci, e le tue dita allargavano il buco, lo preparavano, gli anfibi si avvicinavano, e avevi gli stivali in pelle lucida alla coscia, e una cartucciera piena di provette alla vita, ora a 41 anni non si può più prendere il giro la vita, ma si può sicuramente profumarla, e al cinquantesimo passo ti fai trovare appoggiata al muro a novanta gradi una mano che spinge il muro e l’altra che rovescia il prezioso contenuto nella tua voragine spalancata, perché un fantasma ti può inculare, ma il piacere della sperma che cola sulle cosce mentre un grosso cazzo ti stantuffa te le devi guadagnare.

Pubblicato in: on Novembre 4, 2007 at 6:48 pm Commenti (2)
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LECCATA

Un punto ogni 10 euro. Andavi all’ipercoop solo per quello, confessalo Puttana, ti ho seguito, ti ho fatto pedinare, ho le prove, è inutile che ora scossi la testa, guarda, ho le foto, compravi e ficcavi dentro tutto quello che ti capitava solo per quello, dai su, ora lo puoi dire, siamo solo io e te, Troia. Hai combattuto con i carrelli che non ne volevano sapere delle tue voglie, hai rubato l’ultima confezione di nutella ad un bimbo, qui, proprio qui guarda. Tutto questo per riempire il tuo carrello, per avere il carrello più pieno di tutti, per essere la prima, non fare quella faccia, dai, lo so come sei falsa, dai su, racconta se hai fegato di quella volta che hai rubato i bollini alla vecchia che ti precedeva, come la commessa li ha appoggiati tu hai messo il tuo portafoglio sopra ed è stato facile impossessarti di loro. Un punto ogni 10 euro. A casa ti rimpinzavi di tutto per finire le scorte e correre di nuovo all’ipercoop, guardati come sei grassa, fai davvero schifo!
Te ne servivano 500 e diosolosa come ci sei arrivata in fretta scialacquando il mio conto corrente. Io ho pensato che tu avessi l’amante, e invece no, hanno dovuto chiamarmi quelli del servizio soci, quando sei salita in ginocchio sul banco delle informazioni sventolando la tua scheda piena di punti, hai alzato la gonna davanti a quell’impiegato moro, quello che conosce pure tua madre, hai abbassato le calze, poi le mutande, e hai gridato, sono arrivata a 500 ora LECCA.
Ti hanno tirato giù in tre a forza, uno ti metteva in mano quella scatola e tu non capivi, non hai ancora capito, Troia, non era una LECCATA al PORTAGIOIE, era un Portagioie laccato!!!!!

Pubblicato in: on Novembre 2, 2007 at 6:05 pm Commenti (2)
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LA LUNA LUNAVA

La luna lunava, piena, bassa e rossa sul molo di Porto Corsini spingendosi ben oltre la sua circonferenza nel cielo blu cobalto . Il giorno era simbolicamente propizio, il tredici è sempre stata una serata magica per chi ci crede. Camminava nervoso sulla battigia Udilio Casadei Pollini, accompagnato solo dal rumore di alcune ruspe ruspanti che chissà cosa cazzo ruspavano alle undici e trenta di una calda serata di giugno. Aveva trovato solo qualche pescatore che pescava o che simulava di adempiere a tale funzione come statuina di un immaginario presepio, e con lui biascicò due tristi chiacchere di un copione insulso e qualunquista.
Poi d’ improvviso entrarono loro.
Erano arrivati su due auto separate, lui , ancora dentro, fumava nervosamente da un po’ di tempo, con lunghi e intensi tiri a trasformare la sigaretta in un bengala nella notte. Lei agitata, con lo sguardo sguardava tutto intorno, scandagliando minuziosamente il buio della notte come un radar nemico, senza mai incrociare gli occhi di lui. Percorsero con passi frettolosi la lingua illuminata che costeggia il molo, vicini vicinosi con i cappucci in testa, per poi nascondersi nella parte buia della spiaggia, quella più vicina allo sciacquettio dell’acqua puzzolente di salmastro e nafta . Il mare mareggioso faceva troppo casino pensò Udilio che non riusciva a sentirli. Però li vedeva… cazzo se li vedeva ! Anche il dottore dell’ultima clinica aveva detto che non era possibile, ma lui li stava vedendo nitidi e appropriati come non mai, come forse in passato non si era mai nemmeno immaginato fosse possibile. Si era inginocchiato dietro ad un cespuglio, al riparo delle dune, a circa 20 metri da loro, mentre loro erano su di un telo bianco decorato con magnifici disegni tribali, seduti a bere birra, uno di fronte all’altro e quando le mani si sfioravano partivano scintille dalla loro pelle, titanio, alluminio e magnesio a pitturare il buio. Lei aveva ancora il giallo paura, nitrato di sodio, ad ombreggiarle il viso. Lui parlava e cercava di dipingere atmosfere accattivanti col tono caldo della voce per metterla a suo agio mentre le accarezzava i piedi e le gambe, riuscendo spesso a farla ridere, e le si illuminavano i piedi al passaggio delle sue dita. La luna continuava a lunare sempre più piena e paciosa, buona come una torta appena uscita dal forno, e, come diceva suo padre, era il momento di piantare le piante che filavano verso l’alto, fagioli, fagiolini sedani e spinaci. Filavano in alto, come il cazzo di Udilio mentre guardava lui che si era fatto coraggio e si era steso al suo fianco, coi visi a sfiorarsi per meglio assaggiarsi, con bocche affamate a cercare sapori di nuovi colori. Cloruro di sodio, per l’arancione delle lingue che sempre meno timidamente provavano a conoscersi. Udilio abbassò completamente i pantaloni del candido completo di lino che aveva indossato per assorbire meglio i colori e con la mano destra cercò di mirare verso di loro. Il ritmo aumentò vorticosamente le bocche si boccavano, le mani si manavano e tutto si mischiava in un vortice di mille colori come mai gli era capitato nemmeno di poter immaginare : non aveva mai visto un tale rosso e porpora ad illuminare i genitali, mai un argento e bianco così splendenti ad illuminare tutta la pelle. Quando lei lo prese totalmente in bocca, fino a sentirlo in gola, fino sentirlo tutto dentro, come non l’aveva mai preso e come non pensava fosse mai stata capace di fare, con la coda dell’occhio vide Udilio Casadei Pollini sfrecciare verso il cielo ed esplodere in un bellissimo fuoco d’artificio multicolore; ingoiò il getto caldo fino all’ultima stilla di sperma e aspettò il botto finale.

Pubblicato in: on Ottobre 21, 2007 at 4:35 pm Commenti (3)
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CHIKUNGUNYA Quando la realtà fa volare, in alto.



Aveva un occhio più grande ed uno più piccolo, parlava solo inglese e qualche bestemmia in tedesco, pelata come una boccia, gonfia come una mongolfiera, gialla come un canarino, o forse erano solo le luci al neon del reparto infettivi di Ravenna a renderla così, ci siamo ancorate ai tubi dell’aria condizionata e poi io ho pianto, e ha pianto un po’ anche lei, indicava la testa, io il culo, poi abbiamo vomitato verde ramarro nella stessa lingua capendo esattamente i conati dell’una e dell’altra.

Li hanno sterminati tutti i pappataci, è stato facile dare la colpa a loro, sono piccoli, sono fastidiosi, e sono dappertutto, sono arrivati di notte con una cisterna, ingabbiati dentro delle tute da astronauti, hanno detto di chiudere tutte le finestre, di non stendere il bucato, e soprattutto di non mangiare i prodotti dell’orto per due settimane, poi hanno spruzzato questa sostanza nell’aria, alla mattina volavano solo gli insetti che avevano presentato il piano di volo con percorso stabilito all’azienda sanitaria di Castiglione di Cervia, perché è questo l’epicentro del focolaio epidemico.

Ora ha un nome, CHIKUNGUNYA e me l’hanno scritto nel braccialetto elastico, che si deve adattare al mio polso, o quello che una volta era il mio polso ora è una camera d’aria, e ogni tre ore si verifica l’evento, e tutti corrono nella mia stanza, prima c’erano solo i medici, ora ci sono pure quelli con la tuta blu e la scritta NASA, che parlano solo americano, sono quelli che dopo avere parlottato hanno deciso di spostarmi, di separarmi da boccia pelata e di trasferire il mio letto all’ultimo piano in mansarda, dove il soffitto raggiunge i 4 metri.

L’anno scorso per una cicogna morta in Cambogia sospettata di aviaria è crollato in Italia il mercato avicolo, con tutto quello che ne deriva, operai del settore in aspettativa e tutte le aziende fornitrici hanno subito gravi danni economici, per tutto il terrorismo mediatico, per colpa di un uccello.

I capelli non mutano, è l’unica cosa del mio corpo che mi ricorda chi sono, non sono neppure più miope, anzi ora ci vedo pure al buio, e con le ventose che mi sono cresciute al posto delle mie splendide unghie mi attacco al lucernaio e ascolto le radio locali, non so come faccio, ma riesco a sentirle dentro alla mia testa, e allora so quello che raccontano fuori, dicono che i “casi rilevati sono 151, e sono tutti dovuti alla puntura della zanzara tigre”, io non so cosa sia, ma un opinione me la sono fatta, perché mi tengono isolata, mi stanno studiando, ma non per curarmi, oramai non mi danno neppure più farmaci, ma vogliono capire perché ho incominciato a volare.

fantasia

folliadikri

Pubblicato in: on Settembre 10, 2007 at 9:12 pm Commenti (1)
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